La storia della correlazione tra l’eruzione del vulcano e l’invenzione della bici non è sostenuta da alcuna evidenza. Ma in tanti ci credono.
Si narra che Drais abitava nel Quadrat, il centro rinascimentale di Manneheim, allora una cittadella murata con la pianta a scacchiera, alla confluenza del Reno con il Neckar. La casa al n.8 dell’attuale isolato M1 aveva scuri robusti e abbaini mansardati. In questo ambiente aveva progettato una “macchina da corsa”, la Laufmaschine, che risultò essere l’antenata della bicicletta.
Più o meno fatta così: un telaio di legno con una trave robusta che sosteneva la sella. Con una balaustrina per appoggiare le braccia e accedere al manubrio, una specie di ancora rovesciata collegata alla ruota anteriore, sterzante, con otto raggi e di legno. C’era anche un freno rudimentale: un filetto che azionava una paletta frenante basculante sulla ruota posteriore. Drais avevo costruito la sua macchina con la collaborazione dei fabbricanti di carrozze. Priva di cavallo, la propulsione era data dal movimento alternato delle gambe, i piedi a terra.
Duecento anni fa, il 12 giugno 1817, l’ingegnoso barone compì, con quella “bicicletta” il primo percorso cicloturistico della storia. Dalla casa nel centro, imboccando la strada meglio tenuta della città che dal Castello Barocco raggiungeva la nobile residenza di campagna di Schwetzinger, coprì 7 km a una velocità media di 15 km all’ora. La sua destinazione era una vecchia stazione di posta di cui rimangono, in Relais Strasse, desolati i resti. Drais non si rifocillò. Non si fermò a dormire o a cambiare i cavalli: girò sui tacchi e ripercorse la strada al contrario, i piedi ben puntati sul terreno. Un’escursione di un’oretta in tutto. La strada, ripercorsa oggi non offre alcuna stampella per l’emozione o la nostalgia. Intorno solo fabbricati industriali, strade ad alta percorrenza di traffico, case periferiche di un certo squallore, murales e qualche angolo di matrice novecentesca, con un tetto a mansarda, un glicine che si arrampica qua e là.
Poco lontana dalla locanda dove Drais invertì la direzione, su Karlplatz, all’ombra di una gigantesca centrale elettrica, dal 2003, un Monumento di una bici stilizzata collocata su un riquadro di cemento, ricorda lo storico passaggio. Il barone morì in povertà. Copiato dappertutto in Germania e incapace di vendere la sua invenzione. Ostacolato dalla stessa città di Mannheim che un anno dopo la pedalata, per gli incidenti e le ripetute cadute, proibì l’uso della “macchina da corsa”. Ma non nei Giardini del Castello, un landscape garden all’inglese che arriva tutt’ora a lambire il Reno. Il vialetto nel verde dove fu concesso alla prima bicicletta di circolare ancora è di fatto la prima ciclabile della storia.
Un luogo d’eccezione anche oggi. In primavera, per le celebrazione dei 200 anni della bicicletta che ricorrono a Mannheim e in tutta la regiorn del Baden-Wuerttemberg, sono stati qui collocati pannelli pittorici a sbalzo che, osservati da punti diversi, offrono le immagini di svariati “tipi” urbani da bici, realizzati dall’artista Horst Hamann. Poco lontano, al museo della scienza e della tecnica Technoseum, è in corso la mostra Due ruote, 200 anni, che racconta la nascita della bici e la sua evoluzione.
Il clou dei festeggiamenti cade nel weekend dell’anniversario, il secondo di giugno. In programma, pedalate, spettacoli teatrali, installazioni e persino il lancio di un nuovo musical. Programmati dal Comune con l’agenzia di progettazione Raumkom, anche un concorso di idee e un roadshow itinerante di nuovi tipi di cargo bike in tutta la regione. Il vulcano, alla fine della storia, è stato dunque cattivo? Visto quello che ha generato, verrebbe da dire, alla napoletana, meno male che esiste. Quel che avviene, conviene…
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